LA SALUTE PRIMA DI TUTTO

Ogni progetto di rinascita è comunque condizionato dalla situazione sanitaria. Il punto con l’Assessore alla sanità della Regione Emilia Romagna.

Di Maurizio Malavolta

Raffaele Donini ha avuto l’impatto più duro possibile col Coronavirus: appena nominato Assessore alla sanità della regione Emilia-Romagna della nuova giunta Bonaccini si è scoperto contagiato e, prima ancora che da amministratore, ha dovuto affrontare la pandemia da ammalato. Anche per questo è interessante sentirlo: la sua è un’esperienza umana, oltre che professionale, e forse non è un caso che abbia contribuito alla decisione, come Regione, di investire 65 milioni di euro come riconoscimento economico agli operatori sanitari, in media 1.000 euro ciascuno per il loro straordinario lavoro. In più gli abbiamo chiesto di ragionare anche di prospettive sempre in materia di sanità perché, è bene ricordarlo, se è vero che abbiamo di fronte un cammino in salita dal punto di vista economico, è comunque altrettanto evidente che ogni scelta, ogni opportunità e ogni percorso di rinascita saranno comunque condizionati dalla situazione sanitaria.

Ma iniziamo da cosa potremmo aver imparato da questa tragedia?
La prima grande lezione, quasi inutile sottolinearlo, è che tutti, in qualunque parte del mondo, eravamo impreparati a un evento di portata epocale come questo.
La pandemia si è fatta rapidamente spazio tra la popolazione a causa di un modello sociale caratterizzato da una mobilità costante, che fa del mondo una sola grande comunità connessa in modo permanente. E questo ha reso possibile il fatto che un virus apparso in Cina in pochi giorni abbia potuto fare il giro del mondo.
Il nostro sistema sanitario regionale, come tutti i sistemi sanitari, si è trovato di fronte a una sfida terribile, con una serie di scelte da fare rapidamente per evitare di mettere in ginocchio la capacità della rete ospedaliera di reggere l’urto dei ricoveri. Per questo abbiamo agito su diversi fronti, con il duplice obiettivo da un lato di gestire nella maniera più efficace i pazienti contagiati, dall’altro riducendo il più possibile la diffusione del virus.


Nel concreto delle cose fatte?
L’elenco delle azioni messe in campo è lunghissimo, ma ne cito due. L’aumento dei posti letto, innanzitutto, sia di terapia intensiva che per pazienti Covid. Nel momento in cui ne scriviamo, i posti letto aggiuntivi rispetto al periodo pre-emergenza sono aumentati di 4.458 unità per i pazienti Covid-19: 3.980 ordinari e 478 per la terapia intensiva. Aggiungo che grazie ad un investimento di 26 milioni la Regione ha anche dato via al cosiddetto Hub nazionale per la Terapia Intensiva, entrando a far parte della struttura che sta costituendo il ministero della Salute, con una ulteriore dotazione di 146 letti di terapia intensiva che saranno permanentemente a disposizione.
Oggi serve per questa emergenza, ma rimarrà in futuro a disposizione per affrontare eventuali, diverse necessità sanitarie che richiedono il ricorso alla terapia intensiva e sub-intensiva. A disposizione dell’Emilia-Romagna e di tutto il Paese. Modena rientra in questo progetto, dato che è prevista la realizzazione di due strutture prefabbricate nelle aree ospedaliere del Policlinico e dell’Ospedale civile, in cui saranno collocati complessivamente 48 posti letto (30 al Policlinico e 18 a Baggiovara).
La seconda grande azione è stata la mappatura del contagio. Tamponi e test sierologici sono stati, e continuano ad esserlo, gli strumenti per rilevare il contagio e agire tempestivamente per partire con le cure e, ove necessario, il ricovero.
Mi lasci anche sottolineare il grande sforzo sul fronte delle sperimentazioni farmacologiche, la collaborazione tra le Ausl e, su tutto, la professionalità del personale sociosanitario. Il loro sforzo non sarà mai ripagato abbastanza.


La cosiddetta fase 2 rischia di essere pericolosa almeno quanto la fase 1?
La fase 2 è il primo passo in uscita dall’emergenza e richiederà grande responsabilità da parte di tutti. Il distanziamento sociale e l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale – mascherina, guanti, gel igienizzante ecc – devono entrare in maniera permanente tra le nostre abitudini.
Sul fronte sanitario, l’aver lasciato alle spalle la fase più critica dell’emergenza ci permette di riavviare gradualmente l’attività ospedaliera ordinaria. Va sottolineato che la sanità non si è mai fermata neanche durante l’emergenza, dato che le urgenze sono state sempre trattate. Non solo, moltissimi servizi che prima dell’emergenza venivano erogati fisicamente, sono stati “tradotti” digitalmente grazie alle opportunità offerte dalla telemedicina e dal web. Penso ad esempio ai pazienti con pacemaker e defibrillatore cardiaco controllati direttamente da casa, attraverso un sistema di trasmissione dati. O ai corsi preparto visibili su Youtube, allo sportello telefonico a disposizione delle donne maltrattate, alla riabilitazione postoperatoria garantita da colloqui con le webcam e tante altre esperienze. Ora, naturalmente, si torna progressivamente all’attività ospedaliera, modulando secondo una serie di priorità i ricoveri programmati, la ripresa dell’attività ambulatoriale e territoriale, la chirurgia ambulatoriale, i servizi dei Consultori e dei Dipartimenti di salute mentale e dipendenze patologiche.


Come cambierà la sanità regionale nel medio periodo.
La parola d’ordine è rinforzare la sanità territoriale. Faccio un esempio pratico: i reparti ospedalieri hanno dimostrato di aver saputo reggere l’urto della pandemia, sia grazie all’eccellenza della sanità pubblica che di quella privata accreditata. Questo, però, è solo un tassello della strategia. Ed è servito per l’emergenza. In futuro la presa in carico delle persone deve avvenire in anticipo, le criticità vanno intercettate sul nascere proprio grazie alla rete sociosanitaria sul territorio, che prende in carico i pazienti all’esordio dei sintomi, addirittura prima, grazie a un sistema di monitoraggio efficace. La sanità deve ripensarsi guardando a una visione comunitaria ed integrata delle cure, sanitarie e sociosanitarie.

SOLO LE COSE CHE CONTANO DAVVERO

Ci sarà un dopo, dopo il Coronavirus, dopo la malattia, le sofferenze e, purtroppo, le tante, troppe, morti. Un dopo fatto di convivenza col virus e di problemi legati alle conseguenze sull’economia e sulla società. Temi intorno ai quali si dovrà pur riflettere per evitare di rifare gli stessi errori e per ritrovare il giusto equilibrio, sia personale che collettivo. Lo abbiamo fatto, ne abbiamo ragionato, con Don Erio Castellucci, Arcivescovo di Modena e Nonantola, vicario di Carpi.


Il primo pensiero?
Penso ad alcune forme di povertà, penso al carcere, penso alle persone che hanno sofferto e che stanno soffrendo, sia quelle malate di coronavirus, sia quelle che hanno altre malattie e che magari devono attendere tempi più lunghi per esami, interventi, cure. Penso, naturalmente, a chi ha perso dei familiari, e poi alle nuove forme di povertà, al carcere, alla disoccupazione. Penso a chi ha combattuto in prima linea, ai medici e agli infermieri, a chi ha prodotto cibo e medicine, a chi ha cucinato e distribuito, penso a tutti quelli che si sono impegnati.

Tanti aspetti drammatici e anche tragici, colpisce molto che in un colposia stata pressoché cancellata direi un'intera generazione…
La fragilità degli anziani e, per certi versi, il loro isolamento. Io credo che sarà uno dei simboli di questa esperienza. In futuro, se la dovessero rappresentare, io penso che sceglierebbero fosse tre immagini: l'immagine del medico e dell'infermiere con la mascherina visti dal basso, con gli occhi del paziente; l'immagine del papà, solo, in Piazza San Pietro; e l'immagine delle bare che vengono accompagnate solo da funzionari delle pompe funebri alla sepoltura.


Sarà ancora lunga e di conseguenza bisognerà saper resistere anche “di testa”?
Sì, perché tra i problemi che si stanno rilevando c’è anche il trauma psicologico che parecchie persone stanno subendo in queste settimane: mi riferisco alle persone che sono letteralmente bombardate da notizie, che si collegano continuamente a tutto per sentire direttamente cosa succede, per avere dati, senza poi avere i filtri necessari per poter decodificare tutto questo flusso continuo di informazioni. Un trauma a volte sottotraccia, ma sicuramente avrà dei contraccolpi forti man mano che la tensione si allenterà.
E poi, in modo ancora più intenso, le persone direttamente coinvolte in prima linea: gli infermieri, i medici, i volontari e anche gli operatori delle pompe funebri. Stanno tutti subendo degli scossoni grandi, molto profondi, che sicuramente verranno fuori nel tempo e che quindi stiamo monitorando anche come chiesa. Ci sarà sicuramente tanto lavoro da fare, ci sarà sicuramente il tema economico, ma anche questi aspetti non saranno da sottovalutare.


Che società ne uscirà, secondo lei? Sicuramente diversa, questo è fuori discussione, ma migliore, peggiore o cosa?
Dipenda anche da noi. Io penso che tutto questo ci lascerà delle ferite, ovviamente, ad esempio anche solo la difficoltà di potersi fidare di un abbraccio, di un approccio spontaneo verso l'altro.
Insieme al brutto, però, anche degli insegnamenti. Io spero che almeno per un po' ci rimanga questa traccia nel cuore: il saper distinguere meglio ciò che è essenziale da quello che è secondario, cercare di individuare nella vita quei nuclei per cui vale la pena appassionarsi e di contro le cose superficiali che si possono lasciare da parte.
Va bene, ma non era l'ultima. L'ultima è come, da questa vicenda, esce Don Erio?
Spero più convertito. Per un secondo sorride Don Erio. Insomma, vorrei essere anch’io più attento alle cose che contano e meno preoccupato di quelle che passano. In queste situazioni, poi, si ha sempre a che fare con le domande sul senso della vita, quindi sì, forse ne esco anche con una fede maggiore nella vita eterna.

UN NUOVO INIZIO

 

Facciamo benissimo a progettare la ripresa, a lavorare per la ripresa, ma la consapevolezza deve essere quella di dover convivere ancora a lungo con la presenza del Coronavirus e perciò le nostre idee e in nostri progetti non solo devono tenere conto di questo dato, ma dovranno esserne, di fatto, la logica conseguenza. Nelle parole del Sindaco si avverte la preoccupazione per la complessità dei problemi che dovranno essere affrontati, ma allo steso tempo emerge la consapevolezza che potrebbe aprirsi una nuova stagione.


Da una crisi gravissima a una fase potenzialmente ricca anche di stimoli e di opportunità?
Intanto vorrei rinnovare il ringraziamento a tutti coloro che, nella sanità e in tutti servizi pubblici e privati, hanno lavorato e stanno lavorando per la nostra salute e per continuare a far funzionare la città. Anche per rispettare il loro impegno dobbiamo continuare a comportarci in modo responsabile.
Poi, è vero, a Modena possiamo davvero sperimentare iniziative forse destinate diventare proposte concrete per il Governo nazionale. Tenendo insieme le esperienze sviluppate dal nostro sistema sanitario, la necessità di test sierologici con la garanzia di una regia pubblica e la possibilità di lavorare su filiere produttive che possono davvero ripartire subito, sull’esempio di quello che sta avvenendo alla Ferrari. L’importante è farlo con regole che siano omogenee per i diversi territori.


È comunque previsto un lungo periodo di convivenza col virus. Da dove si dovrà ripartire e soprattutto come, con quali modalità?
In sicurezza, sicuramente. Privilegiando le attività e le filiere più orientate all’export, senza dimenticare le opere pubbliche e i cantieri. A questo riguardo, e a proposito di cambiamenti, è necessario affrontare il nodo della burocrazia sia per le nuove opere (bisogna individuare percorsi di assoluta trasparenza e garantiti, ma rapidi) sia per quelle che devono ripartire, creando meccanismi efficaci di garanzia sulla sicurezza e sul controllo. Uno slogan? Più dispositivi di protezione personali, più mascherine e guanti, e meno timbri.


Saremo sempre noi, i soliti modenesi sgobboni e iperattivi, oppure questa esperienza cambierà anche il nostro approccio alle cose, al lavoro e, a voler esagerare, al senso della vita?
Ne usciremo sicuramente diversi. Noi modenesi non abbiamo mai avuto paura dei cambiamenti e anche in queste settimane abbiamo visto crescere una nuova sensibilità, nuovi modi di creare comunità: l'esperienza dello smart working e le lezioni on line solo per citarne due.
Ma cambiamenti ci saranno anche nel commercio (come rinunciare alla comodità della spesa consegnata a domicilio), nel settore dei servizi alla persona e in diversi altri aspetti della vita sociale. I cambiamenti ci saranno, ma dovremo tutti fare in modo che in questa fase non vengano meno i valori che sono alla base dei nostri legami di comunità.


In momenti come questo, anche chi è abituato ad arrangiarsi di fronte alle difficoltà ha la consapevolezza che nessuno può fare da solo. Le richieste al Governo?
Risorse per gli investimenti, il sostegno alle imprese e la liquidità. Ed è giusto ricordarci che su questi temi l’Europa dovrà rafforzare il proprio ruolo strategico: di fronte a questa emergenza davvero non ci si salva da soli. Ma al Governo dobbiamo chiedere anche risorse adeguate per i Comuni: è ai Comuni, infatti, che si rivolgono imprese, associazioni, famiglie e cittadini. E in questo momento il bilancio dei Comuni rischia di essere stravolto.
Quindi servono risorse importanti?
Sicuramente. Ma non c’è solo questo nell’appello siglato da oltre 500 sindaci italiani, c’è anche la richiesta del conferimento ai sindaci dei poteri necessari per velocizzare le opere più importanti e la ripartenza dei cantieri con tutte le sicurezze del caso. È dal territorio che si costruisce il nuovo futuro.

"Smarrire il proprio passato signififica perdere il proprio futuro”
(Wang Shu)

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