PERSONE E SOCIETÀ 

UN MONDO REGOLATO DALLA PAURA

Di Vittorio Martinelli

Guardando a ritroso gli ultimi vent’anni sembra che gli avvenimenti che li hanno scanditi siano legati dal segno forte della paura: l’attacco alle torri gemelle del 2001, la crisi economica del 2007 e il logoramento di una lunga recessione, la catena di attentati dell’estremismo islamico in alcune città europee, l’emergenza sanitaria nel 2002 con la SARS e oggi con il Coronavirus, l’immigrazione come elemento costante della quotidianità, i cambiamenti climatici toccati con mano.
Anche gli aspetti innovativi e di cambiamento dello stesso periodo, prima di tutto le nuove tecnologie e il salto digitale che hanno fatto e stanno ancora facendo la comunicazione, l’informazione, la produzione, sono spesso evidenziati più per i limiti che indubbiamente comportano (privacy, scomparsa del lavoro tradizionale ecc.) che per le potenzialità che costruiscono. Così nel cambiamento diventa più forte la paura rispetto alla fiducia.
Certo ogni paura ha caratteristiche specifiche, le differenze sono rilevanti. Ma rimane il fatto che la generazione diventata adulta in questi anni ha visto il vivere collettivo e l’agenda sociale scanditi da obiettivi imposti dall’esterno sull’onda dell’emergenza.
Non è sempre stato così. Altri momenti storici, anche recenti (si pensi agli anni del boom economico o a quelli del cambiamento culturale del 1968/’69), hanno visto la società investire sul futuro, scegliere e porsi obiettivi, perseguire traguardi. Oggi gli obiettivi principali sono determinati dalla fuga dalla paura, che si conferma ingrediente decisivo nel comportamento sociale.

Le caratteristiche della paura

La paura è una sensazione di pericolo rispetto a una minaccia: dunque le azioni (individuali e collettive) sono determinate e condizionate da un fattore esterno, che aggrega le persone.
La paura schiaccia il coraggio, la propensione al rischio, l’innovazione, il sogno e la speranza e dunque incide sull’equilibrio tra cambiamento e conservazione, può paralizzare o innescare reazioni sia individuali che collettive.
Può spegnere la capacità di indignazione, accentuare l’insensibilità verso gli altri. Può essere causa di tristezza e desertificazione sociali.
La paura rompe la sicurezza della normalità.
Fa scoprire che le protezioni forti che abbiamo consolidato (economiche, ambientali, sanitarie ecc.) sono in realtà fragili. Per questo spinge a “rattrappirsi nel presente” (Censis).
“Siamo diventati una società presentista: distaccata dal passato e spaventata dal futuro” Frank Furedi, sociologo, University of Kent.
L’intreccio fra paura e gestione del potere è fenomeno antico e studiato. Basti qui ricordare che la paura ha effetti politici come la richiesta di soluzioni forti, ha effetti economici quali la sfiducia e la riduzione di consumi ed investimenti, ha effetti culturali come la ricerca di colpevoli “estranei” alla società.
La paura è divenuta il principale oggetto dei media (sia dei mass media che dei social media), elemento condizionante ed ispiratore, sia quando scelto sia quando subito; è comunque condizione per “trovare ascolto”.
La paura condiziona molti soggetti sociali così come riepiloga (con colore tutto americano) Barry Glassner – docente di sociologia e autore di diversi saggi sul tema: “Attraverso la politica della paura, i politici vendono sé stessi agli elettori, le tv e i giornali vendono i loro contenuti a telespettatori e lettori, le associazioni vendono iscrizioni, i ciarlatani vendono trattamenti, gli avvocati vendono class-actions, le multinazionali vendono prodotti”.

Gli esiti della paura

Come agisce oggi la paura, in un periodo in cui la fiducia in sé stessi ha sostituito quella negli altri, negli esperti, nelle istituzioni, nella politica, negli istituti della mediazione sociale.
La paura che nasce dall’emergenza può sfociare in direzioni opposte: da un lato la riscoperta di risorse, dall’altra rischi nel governo della società.
Le risorse sono il ritrovare un’identità, rafforzare la fiducia nelle istituzioni, creare solidarietà; i rischi sono il bisogno di individuare un nemico, la richiesta di un uomo forte, rafforzare individualismo ed egoismo.

L’esperienza di Modena

Modena (ma si potrebbe dire l’Emilia-Romagna) ha alcune interessanti caratteristiche di fondo e in più qualche esperienza anche recente, come il terremoto che ha colpito parte della provincia. In quell’occasione sono emersi alcuni aspetti interessanti.
Primo: il riproporsi di una categoria forte, quella del fare, quella che di fronte a un problema grande o piccolo rimanda la sua concettualizzazione, non si ferma a pregiudizi, ma lo affronta, decide di agire, prova. Di fronte alla necessità non usa categorie astratte ma il filtro dell’esperienza.
L’atteggiamento è quello per cui i rischi non si evitano ma si può imparare ad affrontarli.
La cultura del fare non risolve sempre direttamente i problemi (almeno alcuni che richiedono specifiche competenze e azioni) ma contribuisce a costruire un atteggiamento collettivo positivo, lascia meno spazio a reazioni irrazionali e incontrollate.
Secondo: il permanere di una buona dotazione di capitale sociale, in particolare negli aspetti della solidarietà, partecipazione, fiducia orizzontale (verso gli altri) e riconoscimento delle istituzioni e delle relazioni d’autorità.
Questi due aspetti hanno consentito una reazione al terremoto e alla paura efficace, concreta, solidale, ordinata. Hanno rafforzato lo spirito di comunità, basato sul fare assieme e con le istituzioni.
I risultati ottenuti nel breve periodo non si spiegherebbero senza quelle caratteristiche; infatti le comunità si sono ritrovate, le istituzioni sono state confermate, il fare ha proceduto.
Ma identità, fiducia nelle istituzioni e solidarietà quando nascono dalla paura e dall’emergenza hanno la caratteristica del credito temporaneo. Nel medio periodo richiedono riscontri, conferme, soluzioni, altrimenti riprendono in modo più grave la distanza e la sfiducia. E in quelle comunità c’è stato nel tempo qualche segnale in questo senso.

Domanda conclusiva

In un clima di paura è possibile ritrovare risorse, progetti, invenzione? Ad esempio in questo momento, in bilico tra chiusure e timide aperture? È auspicabile e sarebbe necessario. Ma c’è da chiedersi: stiamo fornendo alle nuove generazioni gli strumenti, e cioè la fiducia, la curiosità, affinché il loro orizzonte sociale non sia definito dalle paure? E a Modena stiamo rinnovando la dotazione di capitale sociale?

"Smarrire il proprio passato signififica perdere il proprio futuro”
(Wang Shu)

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