Arte di vivere a Modena

La cultura precede tutto

Francesca Vecchi, “costume designer” affermata insieme alla sorella Roberta, racconta il rapporto con Modena, la cultura e la musica, i giovani, la pandemia…

 

di Antonio “Rigo” Righetti

 

E’ un fatto noto, ci sono modenesi ovunque, in Italia e nel mondo e spesso occupano ruoli di prestigio e di responsabilità: i settori più frequentati sono certamente l’economia e la cultura, specie se si devono tenere insieme creatività e concretezza. Siamo tra i più bravi a trasformare le idee in opere e questo, a detta degli altri, ci rende speciali. Speciale è sicuramente Francesca Vecchi, che insieme alla sorella Roberta rappresenta la creatività modenese nell’ambiente del cinema.

 

Francesca, modenese, costumista cinematografica, ricercatrice del bello, come ti definiresti per raccontarti a chi non ti conosce?

Dipende dai momenti. In ambito lavorativo costumista o meglio “costume designer”, perché ha una accezione più ampia. La costumista, nei paesi nord europei o negli Stati Uniti, è una figura che non solo progetta i costumi di un film, ma collabora attivamente alla sceneggiatura e alla creazione dei personaggi, sconfinando in zone altre, zone che appartengono alla creazione dei costumi, sfiorando ed entrando in empatia prima di tutto con il pensiero del regista e la parola scritta della sceneggiatura.

 

Quale è il tuo rapporto con Modena e come si è evoluto nel tempo?

E’ un rapporto sempre in cambiamento anche se molto ripetitivo, si reitera sempre lo stesso schema vado lontano, a Roma o all’estero, dove giro i films e mi manca tremendamente Modena, sento che le radici di questa terra mi rendono quasi invincibile, posso affrontare tutto, con il carattere e la forza che questa città e questa regione  mi hanno dato, nel bene e nel male, anche la sua musicalità, la forza di essere abituata a un clima duro, difficile, oppressa dal provincialismo e di doverlo combattere costantemente, ma anche la forza di saper costruire continuamente. Poi però, quando torno, mi soffoca, così all’infinito, però credo che Modena sia una delle città migliori in Italia in cui vivere, questo lo penso fortemente, per poi scapparne.

 

Ti senti in qualche modo espressione di una politica culturale modenese che investiva sui giovani e sulla loro creatività? Intendo parlare del tuo rapporto con luoghi come il Circolo Culturale Wienna e il Progetto Giovani e altre realtà molto attive e importanti per le giovani generazioni in quegli anni di formazione?

 

Di massima non sono una persona dall’indole nostalgica, combatto la nostalgia vivendo il mio tempo e la contemporaneità con entusiasmo, come mi ha insegnato il grande designer e progettista A.G.Fronzoni, e quindi questa non è una risposta nostalgica però sì, sì, sì urlandolo: se sono ancora in Italia a vivere è perché ho vissuto la mia giovinezza in un ambiente che per me non aveva nulla da invidiare alle grandi città del Nord Europa, che peraltro visitavo continuamente, c’era a Modena un fruire di energie e idee ma soprattutto la cosa fondamentale è che le idee diventavano realtà, che assolutamente si trasformavano in lavori, arte e cultura, e questo non lo dovevi fare da solo, che è lo stato nel quale ci dibattiamo adesso, ci troviamo soli, sempre più soli, prima c’era un rete, della quale neanche ti accorgevi, perché era tutto naturale, collaborare era naturale ed essere  chiamati dalle istituzioni era naturale, in modo che tu potessi mettere in mostra i tuoi talenti tanto che non ti stupivi…

 

Forse, però, eravamo solo più giovani?

Ma io non riconduco questo solo alla giovane età cioè è sempre meglio quando sei giovane. Io, peraltro, in gioventù ho vissuto un periodo di sofferenza mio interiore, quindi non lo trovo un periodo perfetto, anzi: semplicemente ognuno poteva mettere a frutto i propri talenti, se il talento valeva andavi avanti, io ho iniziato a fare cinema mandando un curriculum a una società di produzione a Roma e non avevo esperienza, avevo fatto alcuni video musicali, ma mi mancava la completezza e mi è stato proposto di fare la costumista, non l’assistente, hanno creduto in me. Non solo a Modena, c’era una atmosfera generale in Italia, c’era un fermento.

Ora guardo mio figlio adolescente e credo che i giovani in Italia siano abbandonati, non c’è un progetto di comunità all’altezza della loro gioventù, all’altezza dei loro sogni, fatto per loro, per noi men che meno.

Quindi sì, il Wienna ha formato un continuo scambio anche con l’estero e le altre città, al di fuori del percorso accademico classico, senza che per forza tu dovessi fare l’università, adesso se non fai l’università come ti confronti con l’estero?  C’era, tra le tante opportunità, la Biennale dei Giovani Artisti a Salonicco, a Marsiglia, una infinità di opportunità fantastiche, non si metteva in discussione il primato della cultura su tutto: la cultura precede tutto, tutto.

 

E adesso?

Non c’è una classe politica all’altezza dei nostri sogni e quindi piano piano, le persone subiscono una involuzione, non c’è più necessità di sogni perché non c’è possibilità di realizzarli.

I progetti devono essere straordinari, non ci si deve accontentare dell’ordinario, le amministrazioni devono fornire gli stimoli per poter lavorare e progettare ad altissimo livello, senza accontentarsi del minimo rappresentato da bandi vuoti di direzione artistica. Devono stupire, perché l’età giovanile, che è l’età più fertile delle idee, deve avere una vita meravigliosa, non deve essere una età di attesa, in Italia si chiede sempre di attendere, mentre è il momento di grande fertilità creativa e va supportata.

E’ fondamentale la cultura, la didattica e la formazione nelle scuole come unico atto rivoluzionario, ne è virtuoso esempio la “Scuola D’Arte Cinematografica Gianmaria Volontè”, (in cui io e mia sorella Roberta siamo docenti) finanziata dalla comunità Europea, quindi non privata, ove si insegnano i mestieri del cinema e si dà una possibilità reale di lavoro, questa è la vera rivoluzione.

 

Hai creato i costumi ed i personaggi per due fiction televisive (“L’Alligatore” regia di Daniele Vicari e Emanuele Scaringi per Rai Due e “La Bambina Che non Voleva Cantare” regia di Costanza Quatriglio, per Rai Uno) dopo aver lavorato quasi esclusivamente a lungo solo per il cinema: quali sono le principali differenze tra il lavoro per il cinema e la televisione?

Assolutamente nessuna, per il mio modo e il nostro modo di lavorare, assieme a mia sorella Roberta.

I tempi sono più stretti e i budget sono ridotti, devi girare  tot pagine di  sceneggiatura in tot giorni, quindi è tutto più veloce, tutto è scandito dalle pagine dello script, nelle serie e nella televisione, l’impegno è il medesimo e lo studio sempre “matto e disperatissimo”, la stessa cura maniacale di andare a scoprire tutto quello che non viene messo in scena, il passato e il futuro dei personaggi, quello che sta fuori dal racconto per rendere credibili i personaggi, se viene raccontato un giorno, allora il mio impegno è studiare gli anni che precedono quel giorno e anche gli anni che seguiranno quel giorno.

 

Il tuo personale rapporto con la musica: utilizzi le figure di alcuni musicisti per ispirarti?

La Musica è quello che uso per partire, una fonte di ispirazione infinita e un rifugio, so che quando avrò bisogno di una idea, la musica risolverà i miei problemi, la cosa bellissima è che ormai in Italia è riconosciuto il nostro amore e la nostra cultura, quindi io e Roberta veniamo spessissimo chiamate per progettare film ove la musica gioca un ruolo fondamentale, mi sono poi resa conto che anche con gli attori il linguaggio delle scelte unisce sempre, capisco subito che una persona è più cool di un’altra perché ha una cultura musicale di un certo tipo, ci si riconosce.

Ovviamente sopra tutti c’è Bob Dylan, giovane, adolescente, marito, amante, vecchio, in ogni sua incarnazione lui è di grandissima ispirazione. Come dice lui stesso, ti fa rimanere giovane, la Musica ti rende forever young.

 

Ti sei immaginata il momento di uscita da questo isolamento dovuto alla pandemia? Secondo te come sarà?

Sarà come quando si è felici, sarà una gioia, un sorriso, una specie di ricompensa dopo un sacrificio. Ora è un momento ove dobbiamo sacrificarci, anche a livello spirituale, molto profondo, legato alla religione e alla preghiera, una delle poche cose che mi dà aiuto e conforto, senza limitazione di religioni, deve essere un fruire di preghiere, meditazione, energie e buoni propositi e buoni atteggiamenti nei confronti del prossimo.

 

Francesca e Roberta Vecchi costume designers

 

Una storia professionale ricca di impegno e soddisfazioni, tanto da rendere molto difficile una sintesi adeguata, quindi procediamo per citazioni: intanto Francesca a Roberta nascono a Modena nel 1968.

Una tappa fondamentale sicuramente i cinque anni di studio e lavoro, dal 1990 al 1995, nella bottega-laboratorio “a.g.fronzoni” di Milano.

I lavori più recenti sono contemporanei: il film “La bambina che non voleva cantare”, regia di Costanza Quadriglio, andato in onda da poco su Rai 1 e il film a distanza “Il Giorno e La Notte” per la regia di Daniele Vicari. Poi una serie televisiva tedesca “Black Out” produzione W&B Berlin.

Gli inizi, a cavallo degli anni 90, sono nel settore della moda, con premi e concorsi vinti in Italia e in giro per l’Europa.

In mezzo trent’anni di carriera con cinema, teatro, televisione, ancora la moda e ancora premi e riconoscimenti. Sempre per citazioni sommarie: tutti i film di Luciano Ligabue, la docenza per la Scuola D’Arte Cinematografica GIAN MARIA VOLONTE’ di Roma, personal stylist di Stefano Accorsi, tanta musica.

Possiedono un vastissimo archivio di abiti ed accessori vintage, teatrali, cinematografici Italia-Europa-USA dal 1930 ad oggi nel loro showroom e associazione culturale “il posto” a Modena.

 

 

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