RICORDI OLIMPIONICI

Alberto Braglia, successi e affanni di uno sportivo modenese alla conquista del mondo.

di Fabrizio Fangareggi

“Alla sbarra chiudo primo, alle parallele vinco il turno, non ho rivali al cavallo con maniglie, gli anelli sono un’appendice di casa mia e sulla fune tocco il vertice per primo, cinque su cinque.” da “Alberto Braglia – L’atleta del Re” di Stefano Ferrari

Mario Morselli passeggia nel centro di Modena, una domenica qualsiasi del 1947. Non c’è dato sapere il mese o il giorno, in un tempo avvolto nella foschia del dopo guerra, tra la povertà e la devastazione sociale che serpeggia negli animi dei sopravvissuti per le strade di una città che vuole rialzare la testa. Ad alzare lievemente la testa, allungando timidamente una mano, è anche uno dei tanti senza tetto che chiede l’elemosina sotto i portici del centro storico. Per qualche strano motivo, Morselli ne è incuriosito, forse colpito nel vedere quella mano forte protendersi con grazia e umiltà dal corpo di un vecchio. Forse cerca di osservare il volto di quell’uomo, sconfitto dalla vita, perso probabilmente nel passato o avvinto dai rimpianti. Gli ricorda qualcuno… già, è Alberto Braglia, il ginnasta modenese pluridecorato alle Olimpiadi come atleta e poi come allenatore! Morselli è un giornalista sportivo e scrive per la Gazzetta dello Sport. Difficile sapere come sia riuscito a riconoscerlo in quelle condizioni, ma lo fece. Mi piace credere che a ravvivare la sua memoria non sia stata solo una foto di archivio, bensì il ricordo di un qualche momento vissuto in prima persona, in un lampo di felicità. Magari da bambino, vivendo con gioia il glorioso ritorno di Braglia dalle Olimpiadi di Londra nel 1908 con l’oro al collo, o nel 1912 quando il modenese ne vinse addirittura due, facendo anche da portabandiera. Forse lo ha visto da ragazzo, in uno degli spettacoli teatrali che lo resero celebre al grande pubblico. “Abbiamo trovato Braglia” titolava il suo articolo sulla Gazzetta dello Sport, capace di suscitare interesse e compassione nella comunità, al punto che al ginnasta fu offerto un lavoro come custode nella palestra della Panaro, a lui intitolata. E lì passò gli ultimi anni della sua vita, a stretto contatto con i giovani che guardavano a lui come esempio di coraggio e determinazione. “Come ha fatto a ridursi così?” Si sarà chiesto il giornalista, ricordando quel giovane atleta dalla posa fiera e gli occhi sognanti, con lunghi baffi impomatati e il petto muscoloso ricoperto di medaglie. Una vita emozionante e travagliata, quella di Alberto Braglia, degna di un romanzo, con tanti alti e bassi come in una sfrenata corsa sulle montagne russe. Nato e cresciuto a Campogalliano, in una famiglia povera e con quattro fratelli, lavorava come garzone da un fornaio e tornava a casa tutte le sere per allenarsi nel fienile con una cavallina improvvisata, senza maniglie, costruita con mezzi di fortuna. E quel duro allenamento, non professionale, gli fece crescere una tale forza nelle mani che si dice fosse in grado di fare la verticale su un solo dito. Passò da autodidatta a vero sportivo nella società di ginnastica e scherma Panaro, iniziando a lavorare con gli attrezzi: anelli, sbarra, cavallo e parallele. Era già grande, diciassette anni, ma la sua formazione non convenzionale gli permise di pensare fuori dagli schemi e di inventarsi figure proprie. Nel 1906 partecipò ai Giochi Intermedi di Atene, vincendo due argenti e stupendo la folla. Tanto che al suo ritorno in patria, Re Vittorio Emanuele III volle incontrarlo e gli chiese cosa desiderasse in cambio degli onori resi alla patria. La sua visione della vita si può desumere dalla sua richiesta: un posto di lavoro nella Manifattura Tabacchi. La concretezza di un lavoro gli permise di allenarsi con sempre maggior determinazione e di vincere l’oro a Londra nel 1908 come disciplina individuale. In quei giochi, a catalizzare la scena e la compassione dei presenti fu l’impresa di Dorando Pietri che, però, non sminuì i meriti del Braglia, finalmente consacrato alla fama internazionale. Ma è risaputo che, a volte, il destino viene a chiedere conto dei favori resi. Da lì a breve il neo campione perse il figlioletto per un male incurabile, dopo mesi di sofferenza e angoscia. Così perse un po’ anche se stesso e si ritrovò disoccupato: dalle stelle alle stalle. Fu salvato dalla depressione da una famiglia di acrobati che lo vollero nei loro spettacoli: una scelta che condusse a un brutto infortunio e alla richiesta di squalifica della Federazione per “professionismo”. Ancora una volta intervenne il Re, che lo fece riabilitare, e così Braglia si presentò in Svezia per le Olimpiadi del 1912, dove vinse ben due medaglie d’oro. Era sulla vetta del mondo. Ancora un ritorno da vincitore in patria e la celebrità, prima che gli eventi mondiali precipitassero nella Grande Guerra, dove Braglia andò a combattere sul Carso. Scampò alla mattanza generazionale e godette ancora dei suoi successi, superate le avversità della guerra e della pandemia Spagnola. Alla soglia dei quarant’anni, la sua carriera olimpionica era chiusa, ma trovò ancora una volta spazio in teatro, in una tournée dello spettacolo “Fortunello e Cirillo”, ispirata al fumetto di Sergio Tofano – lo stesso de Il Signor Bonaventura – che usciva sul Corriere dei Piccoli. Braglia interpretava Fortunello e viaggiò parecchio, persino in America, dove rimase per quattro anni. Le fortune racimolate in quel periodo propizio furono spazzate via dalla crisi economica mondiale del 1929. Si ritrovò, di nuovo, in bolletta. La Federazione, però, lo chiamò in veste di allenatore della squadra italiana di ginnastica e alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932 conquistò un altro oro con la Nazionale. Fu anche nominato Cavaliere per meriti sportivi sotto il regime fascista. La seconda guerra mondiale gli portò via tutto. Per l’ennesima volta, la fortuna gli aveva voltato le spalle: sotto i bombardamenti andarono distrutte le sue proprietà e cadde in rovina. E forse, per la sua prima volta nella vita, si arrese. Svanì nella nebbia del tempo, in un paese che doveva ricostruire e rigenerarsi, dimenticato nel folle vortice degli eventi di una nuova Italia. Ma la sua parabola non era ancora finita e il fato ha voluto dargli un’ultima possibilità. Quell’incontro fortuito con Mario Morselli gli permise di accompagnare la Nazionale italiana di ginnastica alle Olimpiadi di Londra nel 1948, in quella città in cui tutto era iniziato. A chiusura del cerchio simbolico della sua vita di atleta, tornò a casa, alla Panaro. Afflitto dall’arteriosclerosi, trovò almeno un poco di pace fino alla sua morte nel 1954, circondato dall’affetto della città che aveva ritrovato il suo beniamino. Modena decise nel 1957 di rendergli un ultimo omaggio e intitolando a suo nome lo stadio comunale suggellò un patto tra passato e futuro: un gesto emblematico che per le nuove generazioni trasformò la memoria in speranza.

STORIE DI MODENESI ALLE OLIMPIADI

                           

Fabrizio, nell’articolo principale di queste pagine, ci ha raccontato una bella storia di sport e di vita, quella di Alberto Braglia che, è bene ricordarlo a ogni nuova generazione di modenesi, non è stato un grande calciatore, come si potrebbe pensare in relazione al nome che ha dato allo stadio della città, ma è stato invece un grandissimo ginnasta, uno sportivo inimitabile e un modenese eterno, di quelli da non dimenticare mai. La storia del nostro sport, di quello in gialloblu, è comunque ricco di storie belle e indimenticabili, basti ricordare la leggenda di Dorando Pietri, l’epopea della Panini, le imprese contemporanee di Gregorio Paltrinieri.

E ripartiamo proprio dal nuotatore carpigiano che a Tokio ha forse realizzato l’impresa più incredibile della sua carriera. Sì, perché un conto è battere tutti gli avversari quando si è all’apice della preparazione e al massimo della forma, altro è portare a casa due medaglie dopo aver subito le conseguenze di una malattia, la mononucleosi, debilitante per chiunque, ma devastante per chi deve misurarsi con le distanze più impegnative, da punto di vista fisico, del nuoto olimpico e cioè gli 800 e i 1500 metri in vasca e i 10 chilometri in acque libere.

E sempre parlando delle olimpiadi dei modenesi, non è forse bella la storia di Valentina Rondini che modenese non è, ma che a Modena ha avuto modo di laurearsi seguendo un programma specifico riservato agli atleti? In coppia con Federica Cesarini, Valentina ha vinto la medaglia d’oro nel canottaggio pesi leggeri, una medaglia che mancava da molto tempo, ottenuta con una gara fatta di coraggio e intelligenza, proprio come le due protagoniste.

Infine l’Olimpiade dei modenesi non può non concludersi con un’altra medaglia d’oro, anch’essa storica come ogni prima volta, quella di Earvin N’Gapeth, molto più di un modenese d’adozione, che ha portato la sua Francia alla vittoria del torneo di volley. Alla soddisfazione di rivedere presto Earvin al PalaPanini, si associa un pizzico di umana invidia per quel titolo meritato dalla Francia e, fino a oggi, sempre sfuggito all’Italia. Ma, lo abbiamo sentito spesso in queste settimane, Parigi 2024 è vicina, con un’Olimpiade che sicuramente regalerà altre storie da vivere e raccontare, speriamo ancora a tinte gialloblu.

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