Dante Alighieri e il libro perduto

 

Dove si racconta della presenza e dell’uso del volgare modenese nella Divina Commedia: faticoso esercizio di stile e grande atto d’amore verso la nostra città.

 Nell’anno dell’Alighieri e nel periodo che anche Modena riserva incontri e iniziative a Dante e alla sua Commedia, noi vi raccontiamo del libro perduto (quasi) dove l’erudito Emiliano Ravazzini ragiona della presenza e del ruolo del Volgare modenese (inteso come lingua scritta e parlata) nel testo che ha reso il grande Toscano “sommo poeta” ed eterno padre della lingua italiana.

Stiamo parlando di un libretto di 35 pagine, pubblicato a Modena nel 1910 dalla Società Tipografica Modenese Antica -Tipografia Soliani che all’epoca doveva aver sede in via Emilia Centro, sotto il Portico del Collegio. Una tipografia che sola merita l’attenzione di una storia tutta sua che trovate a parte.

Tornando, invece, al nostro libro perduto, probabilmente una sola copia in nostro possesso, ha tutta l’aria di essere un esercizio di stile, di dubbia modestia e di sconfinato amore per Modena e la nostra lingua: il dialetto traslato all’italiano volgare alla base della lingua di oggi, a sua volta sviluppata per la prima volta in modo compiuto proprio da Dante nella Divina Commedia.

Ne “Il Volgare Modenese nella Divina Commedia”, Ravazzini non indugia tanto sui contenuti dell’opera del Poeta: agli inizi del secolo scorso Dante era più che riconosciuto come l’artefice della lingua italiana e autore dell’opera in assoluto di maggior rilevanza del suo millennio. Quindi il nostro concittadino, dopo alcune pagine di ammirazione assoluta, si sofferma soltanto sulle similitudini tra diversi vocaboli della Commedia e la corrispondenza con le parole in volgare modenese.

Anzi, prima delle parole esamina il contesto: Dante esule nei territori oggi compresi in Emilia-Romagna; le lodi alla lingua volgare bolognese e il riconoscimento della presenza di parole ed espressioni derivanti dagli idiomi in uso nel modenese, nel ferrarese e nell’Imolese; da qui la convinzione che anche il Volgare Modenese abbia trovato “degno posto nel Sacrato Poema”.

Ravazzini dubbi non ne ha al riguardo e infatti afferma che “Una rapida scorsa ai vocaboli ed alle locuzioni di cui n’è ingemmato (il Poema), ce ne porgerà certezza”. E prosegue, però, mettendo le mani avanti. “Ometterò per brevità d’indagarne la provenienza od etimologia: perocché fermati gli uni e le altre in rima e non, possono essere ad occhi chiusi accettate anche dai più schifiltosi. Non pretendo di averli tutti spigolati: e se per avventura fossero in uso pure in altre provincie, che io non so per essere ignaro de’ loro dialetti, tanto meglio perché così avranno una doppia legittimità. Siatemi cortesi di attenzione per giudicare rettamente se sia o non vero quello che mi sono posto di dimostrarvi.”

E qui comincia l’avventura vera di Emiliano Ravazzini e la mia, che ne sto scrivendo, e la vostra, se avrete la cortesia e l’attenzione richiesta dal nostro antico studioso di fatti modenesi: egli, infatti, riporta ed esamina sessantacinque tra parole e frasi fatte, tutte tratte dalla Divina Commedia, che dimostrerebbero come il volgare modenese sia in effetti presente nel testo massimo della nostra letteratura. A dire il vero si tratta spesso di vocaboli di uso comune, nel nostro volgare, in quello bolognese, in gran parte degli idiomi dell’Italia del nord e finanche (scriverebbe Ravazzini) nell’italiano corrente. Ad esempio: Ca’, nel senso di casa; Coppo, inteso come tegola; Doga, quella delle botti; Fresca, in quanto recente; Landa, luogo inospitale, Piluccare, togliere delle piccole parti; e altro ancora. Insomma, fino a questo punto al Nostro piace vincere facile: nessuna necessità di conferma e nessun rischio di contestazione.

Eppure, bisogna riconoscerlo, qualche parola sghemba è riuscito a trovarla e ad avvicinarla con buona approssimazione al nostro volgare e al nostro dialetto. Proviamo a vedere i dettagli, anche se forse Ravazzini, oltre a cortese attenzione avrebbe dovuto evocare anche una certa indulgenza, viste le ardite sue riflessioni. E se le riflessioni furono ardite, immaginate come potranno essere le conclusioni. Anzi, risparmiate tempo e fatica, seguitemi ancora per qualche riga e a quelle conclusioni arriveremo insieme.

Ecco alcune delle parole del nostro dialetto riportate “in lingua finita” e cioè in italiano, che Ravazzini avrebbe individuato nella Divina Commedia, riportiamo i vocaboli e le relative collocazioni nel testo:

  • Addarsi, nel senso di accorgersi, addae’, in dialetto modenese.

 

“Né ci addemmo di lei se’n parlò pria,

dicendo: Frati miei, Dio vi dea Pace”

 

  • Co’, nel senso di capo di qualcosa, tale e quale in dialetto modenese

 

“Poscia passò di là dal co’ del ponte”

 

  • Fenno, fecero, fenn’ in dialetto modenese.

 

“Atene e Lacedemona, che fenno

l’antiche leggi, e furon sì civili…”

 

  • Latino (ladino), in modenese ladein, inteso come facile, agevole.

 

“Ma ora mi aiuta ciò che tu mi dici

Sì che raffigurar m’è più latino.”

 

  • Scurriada, frustata, Scuriaeda nel nostro dialetto

 

“Così parlando il percosse un demonio

della sua scuriada, e disse, via…”

 

  • Statera, bilancia, stadera in dialetto modenese

 

“Ch’alla vostra statera non sian parvi”

 

Seguono altri vocaboli e qualche frase, ma che poco aggiungono alla teoria del nostro Emiliano Ravazzini sulla presenza e sul ruolo del dialetto e del volgare modenese nella Divina Commedia. Quindi ci affidiamo alle parole finali del suo libretto per concludere anche questo omaggio a Dante e alla sua grandezza:

“Tu, Modena intanto, graziosa città che ne sei l’organo precipuo ed il centro irradiatore; puoi ben andare orgogliosa che il tuo Volgare sia magnificato nell’Opera poetica più diffusa del mondo: più sublime che sia mai stata pensata da uomo o più sapiente dopo la Bibbia che mano terrena abbia vergata; scritta nella lingua parlata del popolo, fluente e pura come l’acqua di alpestre fonte, melodiosa con il gorgheggio dei rosignuoli, condita di uno stile leggiadro insieme e robusto, che gli stranieri all’Italia invidiano, precorritrice un tempo come ora s’affatica d’essere antesignana d’ogni sapere e virtù. Emiliano Ravazzini”

 

Sono sempre le parole che spiegano i fatti

Scusate se abbiamo un po’ giocato sulla storia del “libro perduto”, anche se invero, scusate ancora, davvero sembra ne esista una sola copia, quella in nostro possesso e acquistata di recente presso la libreria antiquaria Govi di Modena che, ovviamente, custodisce e propone ben altri tesori.

Non siamo riusciti a sapere molto su Emiliano Ravazzini. A parte la copertina del libro, il suo nome compare soltanto in un elenco di autori locali, ovviamente sempre in relazione a “Il Volgare Modenese nella Divina Commedia”. Anche questa vicenda del libretto che attraversa oltre 100 anni e arriva fino a noi, però, dimostra che a scrivere qualcosa si guadagna sempre un pizzico di eternità.

 

 Una grande storia modenese

Un approfondimento specifico merita sicuramente la casa editrice che nel 1910 pubblicò il nostro libro, ovvero la Società Tipografica Modenese – Antica Tipografia Soliani, un nome che rappresenta la storia della stampa a Modena e in Italia, e che attraverso quattro secoli è giunta a sfiorare anche l’epoca che stiamo vivendo.

Si tratta di una vicenda umana, professionale e culturale così importante che certamente sarà nostro obbligo dedicarle ampio spazio in uno dei prossimi numeri della rivista, se non altro, anche per dare un senso alla nostra scelta di raccontare “storie di carta” che rimangono nel tempo, in un mondo che invece brucia “storie digitali” in una frazione di secondo.

La storia, questa storia, inizia con Bartolomeo Soliani, che già nel 1623 esercitava l'attività di libraio a Modena e che nel 1646 iniziò a stampare libri nella sua bottega di Piazza Grande. In una realtà dove l’analfabetismo toccava l’80 per cento della popolazione, Soliani pubblicò soprattutto libri popolari, affiancati da una produzione storica e scientifica di un certo interesse.

Importante la raccolta di matrici di legno per 12 tipologie di carattere di stampa. La raccolta dei "legni" forma una collezione di migliaia di pezzi, accuratamente conservati, e ora collocati nella Galleria Estense di Modena.

Gli Eredi Soliani continuarono l'arte della stampa in Modena dal 1752 al 1863, con alterna fortuna. Essi poterono comunque fregiarsi dei titoli di Stampatori Ducali e infine Reali. Dalla tipografia Soliani uscì il giornale IL MESSAGGERE pubblicato dal 1756 al 1796, risorto dopo il 1815 e portato avanti sino al 1848.

 

Venne quindi il periodo di Luigi Gaddi e poi di Adeodato Mucchi che intorno al 1860

acquisì l'attività della Soliani, di altre tipografie e della Libreria Editrice Vincenzi e Nipoti, venendo così a formare una solida azienda per la produzione e diffusione di libri e stampati.

 

La dinastia dei Mucchi arriva fino ad oggi e, come detto, certamente racconteremo meglio e più diffusamente gli avvenimenti che portarono l’azienda ad attraversare rivoluzioni, due guerre mondiali, epoche, stili e diverse scuole di pensiero. Cambiamenti radicali delle tecniche e dei contenuti, sempre comunque nel segno del bello da stampare.

 

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