I 20 ANNI DELLA LONGOBARDA

La squadra che dal campo ha saputo trasferirsi nel mito del calcio modenese

Di Claudio Romiti

Venti candeline da spegnere sulla torta della Longobarda. Questo secolo e questo millennio infatti erano nati nel modo migliore per il Modena Calcio, erano nati con la Longobarda. Vent’anni e sembra ieri, per i tifosi gialloblù, ma anche tra cinquanta o cento anni sembrerà sempre ieri. I miti nello sport non hanno età e più si allontanano nel tempo, più il ricordo li rende imperituri.
Già, ma cos’era la Longobarda? Spiegazione per i pochi che non lo sapessero: era la squadra del Modena nel triennio 2000-2003. Il soprannome era mutuato dalla squadra che, in un conosciutissimo film comico del 1984 (‘L’allenatore nel pallone’), aveva come allenatore Lino Banfi. Questo strano apparentamento nasceva dalla grande somiglianza tra Oronzo Canà-Lino Banfi e il Dottor Francesco Sala, medico sociale del Modena. Il quando nacque il soprannome, invece, come ogni mito che si rispetti, è avvolto nell’incertezza, tanto che a definire così il Modena per scherzo, pare sia stato Fausto Pari, cioè prima ancora che la Longobarda gialloblù nascesse.
È stato questo, allora, il Modena più forte di sempre? I confronti tra squadre di epoche molto diverse sono sempre azzardati, ma la formazione più forte, dall’anno di fondazione (1912) a oggi, rimane certamente quella del triennio 1945-’48, capace di conquistare un terzo e un sesto posto finali in Serie A. E non va dimenticata neppure quella che nel biennio 1960-’62 aveva fatto il doppio salto dalla Serie C alla Serie A, proprio come la Longobarda.
Si tratta però di due edizioni del Modena lontane nel tempo, quindi pochi, per motivi anagrafici, sono quelli che hanno visto giocare i gialloblù terzi in Serie A, qualcuno di più per la squadra di sessant’anni fa, ma parliamo sempre di epoche in cui la diffusione mediatica era quasi nulla. E anche questo ha grande importanza.

Un posto di grande rilievo nel Pantheon laico dei tifosi gialloblù, la Longobarda però se lo è conquistato largamente per meriti propri.
Il club gialloblù si barcamenava in Serie C da qualche anno, quando Gigi Montagnani, noto imprenditore cittadino e grande tifoso, lo acquistò inseguendo il sogno di riportarlo in quella Serie A che, all’ombra della Ghirlandina, mancava dal 1964. Le prime due annate della sua gestione furono deludenti, malgrado le ingenti risorse investite, e anche la terza era iniziata nello stesso modo. Così, dopo sole dieci giornate del torneo 1999/2000, interrotto il rapporto con il Direttore Sportivo Paolo Borea (che per altro era stato l’artefice dell’unico scudetto della Sampdoria) Montagnani lo sostituì con Doriano Tosi, il quale rimpiazzò subito l’allenatore Santarini con Gianni De Biasi. Era il primo embrione della futura Longobarda, anche se nessuno poteva saperlo.
Il nuovo Diesse pensò a puntellare la squadra di quell’annata per condurla alla salvezza e cominciò a lavorare per costruire l’organico della stagione successiva. In estate, però, con la nuova squadra già in ritiro, arrivò improvvisa la morte di Montagnani, ma il suo sogno di riportare il Modena in A non morì con lui, perché i suoi eredi, in accordo con Tosi, fecero di tutto per farlo diventare realtà. La squadra, quasi del tutto ricostruita, cominciò il campionato con otto vittorie consecutive e si dimostrò più forte di quanto si potesse pensare, addirittura sognare.
All’11° turno però, ecco un altro colpo basso del destino: nello scontro diretto a Como, contro l’avversaria più forte, l’immeritata sconfitta finale (0-1) passò in secondo piano rispetto all’aggressione che Bertolotti, elemento chiave del gruppo e in campo, subì a fine gara negli spogliatoi ad opera del giocatore comasco Ferrigno, suo ex compagno nel Brescello, che lo aveva assalito in un corridoio dove in quel momento non c’era nessuno.

Solo un complicatissimo intervento chirurgico all’ospedale di Lecco lo salvò, anche se poi dovette abbandonare il calcio e la sua esistenza fu segnata per sempre da questo evento. I gialloblù seppero superare lo choc e le difficoltà tattiche, dato che Bertolotti era forse l’elemento più prezioso e polivalente nello scacchiere di De Biasi. Il Modena staccò nuovamente il Como, senza però toglierselo di dosso, così con questo appassionante duello si arrivò alla penultima giornata: i lariani erano a La Spezia, i gialli a Brescello, proprio il club che qualche anno prima Romano Amadei presidente e Doriano Tosi direttore sportivo avevano portato dall’ultima categoria dei Dilettanti fino allo spareggio per la Serie B. Quel 6 maggio 2001, dato per scontato il successo del Como a La Spezia, il Modena doveva vincere per non farsi raggiungere. La porta dei reggiani sembrava stregata, il loro portiere un folletto che balzava da un palo all’altro. Il recupero finale fu di sei minuti, ma, viste le continue perdite di tempo dei reggiani, l’arbitro con i gesti (non si usavano ancora le lavagne luminose…) mima un minuto in più. Quello in cui arriverò il gol di Ginestra che significò vittoria decisiva per la promozione, scatenando l’entusiasmo lì e a Modena, dove il match era stato trasmesso in diretta da TRC.
I Canarini tornarono in B dopo sette anni, tutti pensarono a un campionato per evitare la retrocessione, ma quella squadra aveva appena cominciato a stupire. Gli eredi di Montagnani volevano disimpegnarsi, nessuno intendeva subentrare e solo in ottobre Tosi riuscì a coinvolgere Romano Amadei.

Gianni De Biasi

Per il mercato estivo, però, il Diesse non aveva soldi per rafforzare la squadra e quel poco di cui disponeva venne speso con abilità e fortuna. Ben guidato da Gianni De Biasi, il Modena in B cominciò fortissimo, come aveva fatto in C: sei vittorie e tre pareggi nelle prime nove partite. Alla nona travolse in trasferta il Vicenza, tanto che sul 5-0 dopo soli 55 minuti e con la contestazione dei tifosi locali che stava per trasformarsi in una invasione di campo, accadde un fatto più unico che raro: l’arbitro chiese ai gialloblù di non infierire per evitare problemi di ordine pubblico! La cavalcata trionfale della Longobarda continuò fino alla quartultima giornata, nella quale, pareggiando in casa del Genoa, conquistò la certezza matematica della Serie A. Categoria che poi mantenne nella stagione successiva, al termine della quale, quella squadra, dopo l’addio di Tosi, registrò anche quello di De Biasi e di alcuni giocatori. La Longobarda, insomma, non sarebbe più scesa in campo, si era ormai trasferita nel mito.

È stato bellissimo…

È stato bellissimo vederti correre per noi, e sembra impossibile che proprio una corsa ti abbia strappato all’affetto degli amici, dei tifosi e, soprattutto, della tua meravigliosa famiglia.
Paolo Ponzo è stato il simbolo migliore della Longobarda, della classe che non è solo tecnica, ma anche generosità, altruismo, capacità di sacrificarsi per il bene comune, insomma tutto quanto quella squadra è riuscita a trasmettere ben oltre il terreno verde.
Ricordarlo in queste pagine è un onore, come un onore e un piacere è stato incontrarlo, intervistarlo e seguirlo in quegli anni straordinari: grazie Paolino, grazie per i sogni che la Longobarda ha trasformato in emozioni e sentimenti indimenticabili.

Doriano Tosi spiega il “non segreto”
della Longobarda: una squadra resistente con al centro i professori del calcio

Il segreto della Longobarda spiegato da Doriano Tosi, il suo direttore sportivo, l’architetto di una squadra costruita per vincere un campionato di Serie C, ma che poi, dopo quello di terza serie, stravinse anche quello successivo in Serie B, salvandosi infine al suo primo anno in A.

Tosi, dopo vent’anni, il segreto si può anche svelare…
Non c’è nessun segreto, ma solo la valutazione iniziale di ciò che vuoi fare e di ciò che puoi fare. Quando Gigi Montagnani, nel novembre 1999, mi assunse, mi diede un tempo limitato per realizzare il ritorno del Modena in Serie B, cioè sei mesi per la salvezza in C e l’anno successivo per vincere il campionato. Altrimenti mollo tutto, mi disse chiaramente. Io lavoravo ancora all’Immergas, quindi dovetti decidere se lavorare nel calcio a tempo pieno oppure no.

Avere scelto il calcio si è rivelata la decisione giusta. Per lei, ma anche per il Modena.

All’inizio non è stato facile. Mi trovavo da solo, con l’aiuto soltanto di Gianni De Biasi che avevo ingaggiato come nuovo allenatore, a costruire una squadra vincente. Puntammo su giocatori di categoria, gente fino allora trascurata o ai margini del grande calcio, i vari Ponzo, Balestri, Mayer, Ungari, Quaglia, Milanetto, più il trio del Crotone che aveva appena vinto il girone Sud della C. Il centrocampo però doveva essere non di mediani ma di gente di qualità, come Grieco, Pasino, Milanetto e Bertolotti. Insomma, una squadra capace di comandare il gioco, con due cursori laterali, punte pronte anche a sacrificarsi e difensori tosti. Un gruppo umile, resistente e in mezzo i… professori di calcio. Guardammo alle qualità calcistiche, molto però a quelle umane. La stessa ricetta vincente seguita per il miracolo-Brescello.  
 

Un gruppo capace di superare la morte di Montagnani e la tragedia di Bertolotti.
Esatto. Poi di meravigliare l’anno seguente in B. Dopo la promozione cercammo inutilmente un acquirente per la società, finché in ottobre il rag. Gianni Ascari mi chiese di contattare Romano Amadei e lui fu bravo a coinvolgerlo, poi ad acquistare il Modena.

Il mercato per la B fatto senza soldi. Come andò?
La promozione in A fu un capolavoro frutto soprattutto del lavoro fatto in C. Bastò aggiungere alcuni giovani di valore, Mauri, unico vero acquisto, i prestiti Domini e Rabito e Kamara, del Chievo, ma scartato dal Poggibonsi, oltre agli esperti Ballotta e Cevoli.

Quando capì che quella squadra poteva andare ben oltre la salvezza?
Quando, a inizio stagione, Vito Greco mi chiese un premio per la promozione in A. Lì mi resi conto che quel gruppo aveva, non solo nei piedi, ma dentro di sé la forza per conquistare anche la Serie A.